Ridimensionare!

Parola d’ordine: Ridimensionare!

Spesso in analisi uso questa parola perché rende bene l’azione che la mente può attuare per passare da uno stato d’ansia ad uno stato emotivo più sereno rendendosi conto che il foglio tutto nero non è altro che un puntino nero su di un foglio bianco A4.

Quando siamo nel foglio nero o abbiamo di fronte un foglio nero ci si trova a vivere emozioni di colore blu scuro, come se stessimo nell’abisso più profondo e tutto pare ingestibile, incontrollabile. Quel conflitto o quel problema diventa insormontabile e ci si sente incapaci di affrontare l’ostacolo.

Ridimensionare! Se viviamo tutto in modo personale tutto diventa un foglio nero, e quindi il dover affrontare il capo al lavoro inquina tutta la sfera personale. Quando, in questo caso, viene contestualizzato il problema nel luogo di lavoro e quindi solo professionale, non lascio che questo inquini tutto il mondo interiore. Allontano un po’ il foglio e mi rendo conto che è un puntino nel mio foglio bianco.

Ridimensionare! Dare il giusto valore alle cose, agli eventi, alle persone, alle emozioni.

Il contrario di Ridimensionare: è dare un valore più grande di quello che è, esagerare, ingigantire

Il sinonimo di ridimensionare: è mettere al giusto posto, dare il giusto valore, rendere più piccolo un evento percepito gigantesco, è dare dei limiti a qualcosa che viviamo, come ad esempio una paura che sembra incontrollabile o percepita tale.

Questo vale per imparare a dare magari importanza a qualcosa che ci sfugge come tale.

 

 

L’Io e il Sè

A tutti gli psico e alla trappola dell’identificazione dell’Io nella figura identitaria di psico:
“L’uomo ha assolutamente bisogno di idee e convinzioni generali che diano significato alla sua vita
e che gli permettano di individuare il suo posto nell’universo.” C.G.Jung
Ed è proprio quando stai bene che gli altri pensano che tu stia male. La via verso l’individuazione non è socialmente accettata
soprattutto dalle persone che ti vivono tutti i giorni perché non riconoscono più la persona che fino ad allora aderiva alle loro aspettative.
L’immagine che uno ha di sé si scolla dall’immagine che uno pensava di avere di sé.
L’immagine del sé collettivo si scolla dall’immagine del sé personale, l’Io non è il Sè. Stare nel complesso dell’Io penso
sia uno dei più difficili complessi dal quale uscire perché ha anche una forte aderenza col collettivo.
Quindi la domanda non è tu chi sei, ma Tu dove stai andando?

L’arte è come la psicoanalisi

“L’arte, così come la psicoanalisi, è un percorso di liberazione delle energie creative individuali dai legacci di un’educazione conformista o da gravi blocchi nevrotici. Tuttavia, i complessi non rivelano solo il blocco delle energie creative, ma anche le strade che la psiche persegue per liberarsi, per trasformare il dolore in strumento di riscatto e di creatività” (Carotenuto) 

Per C.G. Jung, l’attenzione all’immaginario che si trova alla radice dell’esplorazione dell’inconscio collettivo sta anche alla base dell’interesse per l’arte e la creatività.

Jung afferma che si tratta “….un linguaggio gravido di significati, le cui espressioni avrebbero valore di veri simboli, poiché esse esprimono nel modo migliore cose ancora sconosciute, e sono come ponti gettati verso una riva invisibile”.

Anche la psicoterapia è volta allo sviluppo delle potenzialità creative latenti nel paziente stesso con questo si intende che c’è un profondo legame tra manifestarsi della creatività e psiche che si trasforma.
L’individuo che è capace di rapportarsi in modo maturo col mondo sa anche avere relazioni e produrre visioni creative restando in contatto con il proprio Sé.

LA NARRAZIONE COME TERAPIA IN ANALISI

Fin da bambini per potersi spiegare ciò che avveniva intorno a noi e poter avere l’illusione di controllarne gli eventi, gli individui cominciano ad organizzare gli accadimenti in storie. Ciascuno così porta con sé la sua storia, scrivendone la trama in avanti o a ritroso con maggiore o minore flessibilità. Raccontare storie è anche uno strumento comune a tutte le culture, si può considerare un atto archetipico, la mitologia è fatta di storie collettive, le fiabe, le leggende.

Il raccontare è un modo per costruire la propria identità, per darle un ordine e cercarne un senso. Il racconto della nostra storia personale è soggetto a interpretazioni, revisioni, re-interpretazione, implica una riorganizzazione e una costante rilettura dell’esperienza.

Durante un percorso di analisi la persona racconta la propria storia, narrandola e rinarrandola può succedere che inizi a mettersi in un ruolo di osservatore dal quale può emergere la possibilità di cambiare la prospettiva. Lo sguardo sulla propria storia cambia, si amplia la profondità di campo, si vedono cose che fino a quel momento lo sguardo non contemplava.

La verità narrativa si confonde con la verità storica ed è la coerenza di un racconto a farcelo confondere con la realtà vissuta.

Il lavoro analitico è considerato un lavoro in cui la coppia analitica cerca di riscrivere o ricostruire la narrazione. La storia del paziente è come un romanzo a cui prestare attenzione, leggere e considerare non una sola storia possibile ma una serie di narrazioni possibili.

Si potrebbe dire che si curano le storie più che le persone, si identificano gli aspetti vitali dell’esperienza di vita delle persone e da questi aspetti considerati negativi o addirittura trascurati si inserisce una nuova storia. Operazione questa di de-costruzione.

storia

Freud: “l’esteriorizzazione del dramma interiore” aiuta il paziente a identificare non solo i personaggi ma anche le situazioni umane che sta vivendo.

Michel White “Le persone vengono in terapia quando ‘il loro problema’ ha totalmente invaso la loro esperienza e le loro percezioni, al punto che tendono a interpretare le altre esperienze attraverso le lenti stesse del problema”.

Scritto dalla Dott.ssa Elsa Falciani

 

LA FRETTA DELLA RISPOSTA

Spesso siamo presi dalla forzatura di avere una risposta oppure cercare subito di capire un evento, una persona, dei sentimenti che si provano, la famosa soluzione, ricercata come il Santo Graal. Nel rapporto psicoanalitico si cerca di imparare a stare nella domanda senza per forza avere una risposta, stare nella domanda è cercare di tenere aperto lo sguardo verso l’inconoscibile, verso ciò che potrebbe diventare. Cercare di non dare subito una forma ma tollerare l’apertura verso il dubbio.

Il video che ho allegato è un bellissimo passaggio di Alessandro Baricco di una delle sue lezioni in cui spiega bene questo concetto e ha la capacità di renderlo immaginabile.

video:

La capacità di abitare il paesaggio della domanda, questo concetto apre, fa parte di un sistema aperto e non chiuso, non ammette giudizi, commenti, teorie ma, apre lo sguardo.

Questo concetto lo si può associare alla capacità negativa di John Ketas, leggendo una delle sue lettere osserva:

“ (…) ho capito qual è la qualità che ci vuole per fare un uomo di successo, in particolare in letteratura, (…) intendo dire la Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione (…) perché incapace di rimanere appagato da una mezza conoscenza.”

Creare a abitare lo spazio dell’incertezza, di una domanda senza rinchiudere il pensiero in una semplice risposta. Questo ti cerca di fare in psicoanalisi, entrare nel paesaggio della domanda e abitarlo e osservare dove ci porta. Questo atteggiamento della coscienza e dell’inconscio attivano un dinamica di contenimento, tollerando la convivenza degli opposti, tollerando l’ambiguità, tollerando l’ansia e la paura del vuoto che una domanda senza risposta può far vivere. Limitando la pulsione ad agire senza dialogo interiore.

scritto da Dott.ssa Elsa Falciani

LA TRAGEDIA: rito di liberazione dei drammi individuali e collettivi

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